C’è un signore che cammina nel deserto del New Mexico. Non parla molto, non cerca attenzione, eppure è impossibile non notarlo. Non è una questione di aspetto, è qualcosa di più sottile, più di percepito: il modo in cui si muove, il modo in cui guarda, il modo in cui sembra sempre leggermente fuori fase rispetto a tutto il resto.
Si chiama Thomas Jerome Newton. Un tipo british, ha pochi oggetti con sé, ma ha una valigetta piena di tecnologia futuristica, tipo Steve Jobs. Solo che lui non è qui per diventare ricco o famoso. È qui per salvare il suo pianeta.

Nel 1976 Roeg prende 'sto romanzo di Walter Tevis e dirige un film che non racconta solo una storia, ma ti porta dentro un sentimento, una percezione. L’uomo che cadde sulla Terra non segue una linea chiara, non vuole essere rassicurante, non ti accompagna per mano, ma si preoccupa di farti immergere bene nel film e farti immedesimare nel protagonista: spaesato, disorientato, sempre un passo indietro rispetto a ciò che accade.

E al centro di tutto c’è David Bowie, con quel corpo sottile, lo sguardo distante, quell’aria da creatura fatata e delicata che potrebbe dissolversi da un momento all’altro: è come se il film fosse stato costruito intorno alla sua presenza. Bowie porta dentro questa storia tutto il suo immaginario, da Ziggy Stardust in poi e lo trasforma in qualcosa di ancora più fragile, più delicato, più esposto.

Newton sembra quasi uscito da una storia antica, non tanto un eroe, quanto una di quelle figure che scendono tra gli uomini convinte di poterli attraversare indenni, salvo poi scoprire che il vero pericolo non è la violenza, ma l’assimilazione. Non è Prometeo, che ruba il fuoco per donarlo agli uomini, è piuttosto qualcuno che arriva con il fuoco e finisce per consumarsi dentro ciò che gli uomini fanno con quel fuoco.
C’è qualcosa di dionisiaco nel suo percorso, ma senza la vendetta, senza la furia, senza la catarsi. Solo una lenta, progressiva perdita di sé, una caduta in un vortice vizioso quasi pasoliniano, che abbandona anche una possibile visione messianica proprio a causa di quella caduta inesorabile.
"Io vengo da un mondo spaventosamente arido. Abbiamo visto alla televisione le immagini del vostro pianeta. E abbiamo visto l'acqua. Infatti il vostro pianeta lo chiamiamo 'il pianeta d'acqua'."
Thomas arriva sulla Terra per salvare il suo mondo, ma fallisce, fallisce perché incontra gli esseri umani: la televisione, l’alcol, il sesso, il denaro: tutto ciò che dovrebbe rappresentare la vita finisce per trasformarsi in una specie di anestesia.

Commenti & Discussione (2)
Protetto da filtro anti-spam avanzatoArticolo stupendo! L'analogia tra la mitologia classica e il cinema contemporaneo è spiegata con una lucidità rara.
Adoro il modo in cui Marcello riesce a rendere pop concetti filosofici e giuridici così complessi. Complimenti!
