Marcello Mariano

Scrittore · Podcaster · Divulgatore
Cinema & Miti8 settembre 2026

Giano e la prima porta: un racconto horror mitologico

#Giano#Mitologia Romana#Weird Horror#Racconto breve
Bicicletta gialla e blu sotto un cipresso in un racconto horror su Giano

Ci sono divinità che sembrano nate apposta per diventare inquietanti. Giano è una di queste: è il Dio romano delle porte, degli inizi e dei passaggi, e viene raffigurato con due volti rivolti in direzioni opposte.

Questo racconto horror su Giano nasce da un piccolo esercizio di scrittura uscito su un gruppo di facebook: una bicicletta gialla e blu, un vecchio cipresso all'angolo della strada e una lettera senza mittente con un timbro del 1889, create il racconto. Da lì ho provato a immaginare cosa sarebbe successo se Giano non fosse stato semplicemente il dio delle porte, ma qualcosa di molto più antico.

La bicicletta comparve una mattina di novembre, appoggiata al vecchio cipresso all’angolo della strada. Era gialla e blu, con il telaio alto, il manubrio annerito dalla ruggine e le gomme sorprendentemente intatte, come se qualcuno l’avesse lasciata lì pochi minuti prima. Nessuno però sembrava averla vista arrivare, e nessuno nel quartiere seppe dire a chi appartenesse, come ogni bicicletta di Bologna. Rimase sotto il cipresso per tre giorni, immobile anche quando il vento piegava i rami degli alberi e trascinava cartacce lungo il marciapiede. Il quarto giorno trovai la lettera.

Era nella mia cassetta della posta, chiusa con ceralacca nera. Non riportava mittente né destinatario, soltanto un timbro postale quasi cancellato sul quale si leggeva ancora chiaramente l’anno: 1889.

Non ricordo di aver avuto paura in quel momento, anzi, provai quella curiosità stupida che precede molte disgrazie e che, a posteriori, siamo soliti chiamare destino per non ammettere di essere stati semplicemente degli idioti. Spezzai la ceralacca e trovai un foglio ingiallito, coperto da una grafia sottile e inclinata.

«Al viandante che troverà questo scritto: non oltrepassare il cipresso dopo il tramonto. Se vedrai la bicicletta, non salirvi. Se sentirai chiamare il tuo nome da entrambe le direzioni, non voltarti. Soprattutto, non guardare mai il volto di Giano quando le sue due facce guardano la stessa strada.»

La firma era illeggibile.

Naturalmente, fu proprio l’ultima frase a convincermi che si trattasse di uno scherzo.

Quella sera tornai a casa tardi. Il sole era scomparso da poco e la strada aveva assunto quel colore incerto che precede la notte, quando gli oggetti sembrano perdere per qualche minuto il diritto di avere contorni precisi. Il cipresso si ergeva all’incrocio, nero contro il cielo, e sotto di esso c’era ancora la bicicletta gialla e blu.

Quando le fui vicino sentii il campanello suonare, una volta sola.

Mi fermai. Non c’era nessuno.

Poi il campanello suonò di nuovo, e questa volta mi accorsi che la ruota anteriore si era girata lentamente verso di me.

Avrei dovuto andarmene, e invece poggiai una mano sul manubrio. Era caldo.

Non tiepido per il sole del giorno, ma caldo come pelle viva.

Non so dire perché montai in sella. Ricordo soltanto la sensazione che la bicicletta mi stesse aspettando da molto tempo, e che rifiutarmi sarebbe stato in qualche modo più pericoloso che accettare; quindi pedalai, era la cosa più naturale da fare in quel momento no?

Superai il cipresso e continuai lungo la strada che percorrevo ogni giorno da anni e dopo un centinaio di metri mi accorsi che qualcosa era cambiato: le automobili erano scomparse, le insegne dei negozi non c’erano più, e al loro posto vidi botteghe dalle vetrine strette, facciate annerite dal fumo, lampade a gas e finestre dietro le quali si muovevano ombre troppo alte per appartenere a persone normali.

Provai a fermarmi, ma le gambe continuarono a pedalare.

Al primo incrocio trovai un cipresso identico al precedente.

Al secondo, un altro.

Al terzo compresi che non stavo attraversando una città, ma qualcosa che aveva imparato ad assomigliare a una città osservandola da molto lontano.

Le strade si ripetevano secondo geometrie non euclidee che non riuscivo a seguire. Alcune si incrociavano due volte senza curvare, altre tornavano nello stesso punto pur avendo continuato sempre dritte, le case possedevano porte collocate ai piani superiori e finestre che davano su stanze più grandi degli edifici che le contenevano. In certi vicoli vidi stelle dove avrebbe dovuto esserci il selciato.

Poi sentii chiamare il mio nome.

Da davanti.

Subito dopo, da dietro.

Ricordai la lettera e non mi voltai, ero totalmente rapito da quella sensazione di panico che non si può descrivere con parole mortali.

Le due voci continuarono a chiamarmi, sempre più vicine, finché non compresi che non provenivano da due luoghi diversi. Era la stessa voce pronunciata in due momenti differenti.

Quando raggiunsi l’incrocio successivo, la bicicletta si fermò.

Al centro della strada sorgeva una porta.

Non un edificio, soltanto una porta di pietra, alta forse dieci metri, sostenuta da nulla, e sopra l’architrave era scolpita una figura bifronte.

Giano.

Almeno così pensai all’inizio.

Conoscevo le rappresentazioni del dio romano: un volto rivolto al passato, uno al futuro, custode delle porte, dei passaggi e degli inizi. Ma ciò che vidi non era una statua di Giano. Era ciò che qualche essere umano, migliaia di anni prima, aveva tentato di rappresentare chiamandolo Giano.

La pietra respirava.

Le due facce si muovevano lentamente ai lati della testa, come se fossero appendici di qualcosa sepolto dentro la materia. Una era vecchia, l’altra giovane, ma osservandole più a lungo mi accorsi che non erano due volti, erano lo stesso volto visto in due epoche diverse. Poi ne vidi altri tra i due, sovrapposti come immagini riflesse in specchi infiniti: bambino, adulto, cadavere, qualcosa che non era ancora nato, e altre centinaia di migliaia di opzioni.

Dietro la porta non c’era una stanza.

C’era il cielo.

Non il nostro cielo.

Vidi costellazioni sconosciute ruotare attorno a un punto nero, immense strutture simili a templi sospese nel vuoto e qualcosa che si muoveva fra esse con la lentezza di un continente.

In quel momento capii, o almeno credetti di capire, che gli uomini non avevano inventato Giano per rappresentare le porte.

Avevano inventato le porte per rappresentare Giano.

Ogni soglia, ogni nascita, ogni morte, ogni strada imboccata e ogni scelta mai compiuta erano soltanto piccole imitazioni di quella creatura; noi pensavamo di attraversare il tempo, ma era il tempo ad attraversare lui.

Una delle facce parlò in maniera solenne.

«Sei già passato.»

L’altra rispose con un accento diverso.

«Devi ancora arrivare.»

Poi entrambe si voltarono verso di me.

La lettera diceva di non guardare mai il volto di Giano quando le sue due facce guardavano la stessa strada... io lo guardai.

Per un istante vidi tutto.

Vidi me stesso bambino attraversare quell’incrocio tenendo la mano di mio padre con un vestitino verde, vidi me stesso vecchio osservare il cipresso da una finestra che ancora non esisteva, mentre faticavo a non far tremare la mano, vidi la mia morte e le persone attorno a me, poi qualcosa dopo la mia morte, poi qualcosa prima della mia nascita. Infine vidi uomini del 1889 trovare la stessa bicicletta, altri nel 1907, nel 1943, altri ancora nel 1976. Alcuni salirono in sella, altri passarono oltre.

Vidi soprattutto la strada.

Non terminava mai.

Attraversava secoli, città, continenti e mondi che non conoscevano il Sole, a ogni incrocio cresceva un cipresso e sotto ogni cipresso attendeva una bicicletta gialla e blu.

Poi mi svegliai. Ero disteso sul marciapiede davanti a casa, era mattina.

Il cipresso si trovava all’angolo della strada, come sempre.

La bicicletta era sparita.

Per alcuni giorni cercai di convincermi di aver avuto un’allucinazione. Gettai la lettera, evitai quell’incrocio e smisi perfino di guardare il cipresso dalla finestra.

Una settimana dopo arrivò un’altra busta.

Stessa ceralacca.

Stesso timbro del 1889.

Questa volta dentro c’era soltanto una fotografia.

Mostrava l’incrocio davanti a casa mia, ma non esistevano ancora né il palazzo né la strada asfaltata, c’erano campi, una casa brutalista e il cipresso, già grande.

Sotto l’albero, accanto a una bicicletta gialla e blu, c’era un uomo.

Ero io.

Sul retro della fotografia qualcuno aveva scritto:

«La prima porta è stata aperta.»

Da allora non passo più vicino a quel cipresso, non serve.

Negli ultimi mesi l’ho visto comparire in altri luoghi. Prima davanti all’ufficio, poi dietro la stazione, poi nel cortile di un edificio dove sono certo che il giorno precedente non ci fosse alcun albero.

Questa mattina, infine, l’ho trovato davanti alla finestra della mia camera.

Abito al quarto piano.

Tra i rami c’è una bicicletta gialla e blu.

E poco fa qualcuno ha suonato il campanello.

Due volte.

Una prima.

Una dopo.

Perché proprio Giano?

Giano è una delle figure più particolari della mitologia romana. È legato alle porte, agli inizi e ai passaggi, a tutto ciò che separa un prima da un dopo. Ed è proprio questa idea che ho voluto trasformare in qualcosa di inquietante: se una porta permette di passare da un luogo a un altro, cosa succede quando la soglia divide due momenti, due realtà o due versioni della stessa vita?

Chi era Giano nella mitologia romana?

Giano era una delle divinità più antiche della religione romana. Era associato agli inizi, ai passaggi, alle porte e a tutti quei momenti in cui qualcosa finisce e qualcos’altro comincia. Proprio per questa funzione veniva invocato anche all’inizio di cerimonie e imprese.

Perché Giano ha due facce?

Giano viene tradizionalmente rappresentato con due volti rivolti in direzioni opposte. L’immagine richiama la sua natura di dio delle soglie e dei passaggi: una divinità capace simbolicamente di guardare contemporaneamente in due direzioni. L’interpretazione moderna più famosa associa i due volti al passato e al futuro, anche se non è l’unica lettura possibile della sua iconografia.

Di cosa era dio Giano?

Giano era soprattutto il dio romano degli inizi, delle porte, delle soglie e delle transizioni. Il suo stesso nome è legato nella tradizione romana all’idea del passaggio. Per questo si presta particolarmente bene a una reinterpretazione horror: una soglia non deve necessariamente dividere soltanto due stanze.

Giano era il dio del tempo?

Non propriamente. Giano viene spesso associato al tempo perché guarda simbolicamente in due direzioni e perché presiede ai passaggi tra un prima e un dopo, ma definirlo semplicemente “dio del tempo” sarebbe riduttivo. Il suo dominio riguarda soprattutto gli inizi, i cambiamenti e le soglie.

Cosa simboleggia Giano bifronte?

Giano bifronte rappresenta il passaggio da una condizione a un’altra: dentro e fuori, prima e dopo, inizio e fine. È proprio questa ambiguità a renderlo una figura particolarmente affascinante anche fuori dalla religione romana, perché ogni cambiamento può essere letto come una porta che si chiude e un’altra che si apre. Chiaramente ne parlo qui.

Commenti & Discussione (2)

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Elena V.14 Febbraio 2024

Articolo stupendo! L'analogia tra la mitologia classica e il cinema contemporaneo è spiegata con una lucidità rara.

Matteo R.28 Marzo 2024

Adoro il modo in cui Marcello riesce a rendere pop concetti filosofici e giuridici così complessi. Complimenti!