Zeus è il dio del fulmine, ma nei miti greci è anche una divinità capace di cambiare continuamente forma: uomo, animale, pioggia d’oro, persino il volto di qualcun altro. Ma cosa succede se prendiamo quelle storie e le guardiamo attraverso l'orrore? Questo racconto horror mitologico parte da una serie di donne trovate morte in circostanze impossibili, da un investigatore convinto che ogni assassino lasci una traccia e da alcuni indizi decisamente poco compatibili con un rapporto di polizia: tori, aquile, metamorfosi e odore di ozono.
A un certo punto, la domanda non è più chi sia l’assassino.
È capire cosa stiamo davvero chiamando Zeus.
La piuma di Pavone - di Marcello Mariano
Quando ricominciavo da capo, il punto non era mai il primo cadavere. Quello era stato soltanto il primo che avevo visto io, e col senno di poi credo che l’errore fosse stato proprio questo, aver pensato che il caso cominciasse nel momento in cui qualcuno aveva deciso di pagarmi per occuparmene.
La prima si chiamava Marta Cecconi, ventinove anni, impiegata in uno studio assicurativo, vita ordinaria abbastanza da risultare quasi offensiva quando qualcuno decide di interromperla in modo straordinario. L’avevano trovata nella vasca da bagno, rannicchiata contro il bordo, con il corpo annerito fino quasi a perdere i lineamenti e lo smalto rosso ancora perfetto sulle unghie; la tenda della doccia non aveva preso fuoco, gli asciugamani erano intatti e perfino una scatola di fazzoletti poggiata accanto alla vasca era rimasta bianca. Il medico legale passò venti minuti a spiegarmi perché quello che vedevo non poteva essere accaduto e concluse dicendo che, se fossi riuscito a trovare una spiegazione migliore, mi avrebbe offerto da bere. Non lo fece mai, l'infame.
La seconda vittima, Elisa Montanari, venne trovata tre settimane dopo in una camera d’albergo. Stesso corpo annerito, stesso ambiente intatto, stesso odore pungente nell’aria, simile a quello che rimane dopo un temporale quando un fulmine cade abbastanza vicino da ricordarti quanto poco serva al cielo per ammazzarti. La receptionist ricordava che Elisa era salita con un uomo biondo sulla trentina; una cameriera giurava invece che fosse moro, molto più anziano e vestito con un completo costoso. Il portiere notturno, dopo averci pensato a lungo, disse che forse non era stato un uomo affatto, bella la storia dei testimoni attendibili vè?
Pensai a travestimenti, complici, testimoni confusi, droga, suggestione, a tutte le cose che possono ancora essere messe in un rapporto senza rischiare che il commissario ti chieda gentilmente di prenderti qualche giorno di ferie. Un assassino può essere intelligente, metodico, perfino geniale, ma rimane un uomo, e gli uomini lasciano qualcosa dietro di sé no? Un’impronta, un’abitudine, una telefonata sbagliata, un debito, un capello, il bisogno stupido di sentirsi più furbi di chi li cerca. Quello sembrava lasciare soltanto versioni incompatibili della propria esistenza.
Il caso mi arrivò davvero addosso con la terza vittima. Aveva diciannove anni e sua madre non si fidava più della polizia, così decise che un investigatore privato con un ufficio sporco e una reputazione ancora decente fosse la migliore alternativa disponibile. La ragazza aveva raccontato a un’amica di essersi vista con un medico quarantenne, moro, molto elegante; la telecamera di un bar mostrava invece accanto a lei un ragazzo biondo che non poteva avere più di venticinque anni. Una telecamera stradale, poche ore dopo, riprendeva un uomo calvo con un impermeabile chiaro che sembrava seguirla. Nessuno dei tre compariva altrove, e nessun software di riconoscimento riusciva a collegare quelle facce a persone esistenti.
Poi arrivarono gli animali.
La ragazza possedeva un piccolo ciondolo d’argento a forma di toro, comprato due giorni prima di morire dopo aver fatto, secondo sua madre, «un sogno che non le era piaciuto». In una delle camere trovammo piume bianche che non appartenevano a nessun uccello presente nella zona; un’altra donna aveva raccontato alla sorella di una pioggia dorata che cadeva dentro casa nonostante le finestre fossero chiuse; una quinta vittima aveva riempito i margini delle ricevute di un bar con piccoli disegni di aquile. Una cameriera, interrogata dalla polizia e poi dimenticata in mezzo alle carte, mi disse che l’uomo uscito dalla stanza di una delle donne le era sembrato enorme, anche se, quando le chiesi cosa intendesse, cominciò a piangere e disse che a guardarlo era alto come chiunque altro.
Fu l’odore di ozono a convincermi che avevo smesso di lavorare su un caso normale molto prima di accorgermene.
Cominciai a pensare al fulmine.
La parte di me che era ancora sana cercò di opporsi. A cinquantadue anni, una licenza da investigatore privato, un affitto arretrato e nessun motivo plausibile per inserire un dio greco in un fascicolo di omicidi, alla fine volevo solo arrivare a fine mese. Quella parte resistette ancora due settimane, finché non trovai un caso identico del 1964, poi uno del 1931 e infine uno del 1887. Cambiavano le città, i nomi, le fotografie, ma rimanevano la combustione senza incendio, gli uomini descritti in modo diverso da ogni testimone e quella curiosa impressione, riportata qua e là senza che nessuno le desse importanza, che poco prima della morte le vittime avessero cominciato a sognare qualcosa.
Il caso più antico che riuscii a rintracciare era del 1742. Una ragazza trovata morta in una casa di campagna fuori Firenze, il corpo annerito e il letto intatto. Il parroco aveva scritto che presentava «segni del fuoco di Dio, senza che il fuoco avesse toccato alcuna cosa intorno». Più avanti, nella stessa cronaca, annotava che nei giorni precedenti la giovane aveva raccontato di essere stata visitata in sogno da un uomo che aveva il volto del marito morto, salvo poi diventare, mentre le parlava, un grande animale bianco.
Fu allora che cominciai a leggere di Zeus.
All’inizio mi sentii un idiota, poi smisi. Non era soltanto il fulmine a combaciare, erano soprattutto le forme: toro, cigno, aquila, pioggia, marito, amante, sconosciuto. Zeus non aveva mai avuto bisogno di presentarsi come Zeus per raggiungere le donne, era sempre stato qualcun altro, qualcosa d’altro, ciò che serviva in quel momento per ingannare, sedurre, prendere. Quando arrivai a quella conclusione rimasi seduto nel mio ufficio per quasi un’ora, con una sigaretta spenta tra le dita, chiedendomi se stessi risolvendo il caso oppure perdendo la testa. Alla fine decisi che le due cose non si escludevano, anche perché, diciamolo, quale persona normale si farebbe mai sedurre da un cigno?
Il problema successivo era capire come interrogare un dio.
La risposta arrivò da una traduzione ottocentesca di frammenti rituali greci conservata in una biblioteca privata. Le istruzioni erano confuse, contraddittorie, probabilmente ricostruite da qualche antiquario troppo entusiasta, ma una frase ricorreva più volte con la stessa precisione: il sangue deve essere ancora caldo.
Il resto fu ridicolo. Entrai in una macelleria alle tre del mattino, dopo aver forzato la serratura sul retro, e rubai un capretto vivo che trascorse il viaggio cercando di mangiarmi la manica. Se qualcuno mi avesse fermato avrei potuto spiegare che stavo indagando su una serie di omicidi; avrei avuto qualche difficoltà in più a giustificare il motivo per cui avevo bisogno di una bestia per evocare il padre degli dèi.
Portai il capretto in un sotterraneo costruito sotto i resti di un edificio romano, una stanza murata e riaperta durante alcuni lavori negli anni Settanta, poi abbandonata perché in questa città perfino le rovine hanno bisogno di buone conoscenze per sopravvivere. Sul pavimento c’era una pietra larga, attraversata da scanalature che convergevano verso una cavità centrale. Poteva essere un altare, una canaletta di scolo o semplicemente una pietra che desideravo troppo fosse un altare. A quel punto non mi interessava più distinguere.
Feci ciò che avevo letto.
Non ricordo di essermi sentito particolarmente solenne. Ricordo invece il capretto che scalciava, il sudore sotto il colletto della camicia, il rumore del mio respiro e la sensazione imbarazzante di essere un uomo adulto intento a compiere un sacrificio pagano in uno scantinato, e anche un lieve senso di colpa debbo dire.
Poi il sangue raggiunse le scanalature e si fermò.
Non rallentò: rimase immobile, come se avesse incontrato una pendenza che i miei occhi non riuscivano a vedere, e dopo qualche secondo cominciò a risalire verso la ferita.
Fu in quel momento che capii di aver avuto ragione e desiderai con ogni parte di me di essermi sbagliato, rimasi terrorizzato.
L’aria divenne pesante, non calda né fredda, semplicemente più densa, come se sopra la stanza fosse stato appoggiato il peso dell’intero cielo. Respirare richiedeva uno sforzo crescente e le lampadine tremarono senza spegnersi, mentre le ombre cominciavano ad allungarsi verso la luce anziché lontano da essa. Il tuono arrivò poco dopo, ma non dall’alto, veniva da sotto i miei piedi, da una profondità che non avrebbe dovuto esistere sotto una città costruita sulla terra.
Quando sollevai gli occhi c’era un uomo dall’altra parte della stanza. Era alto, con i capelli grigi e il volto bello in modo quasi volgare; sbattei le palpebre e divenne più giovane, le sbattei ancora e vidi mio padre, poi una donna che avevo amato molti anni prima, poi qualcosa di pallido con occhi troppo grandi per appartenere a una creatura terrestre. Per qualche istante ebbi la sensazione che non fosse lui a cambiare forma, ma che fosse la forma stessa a fallire continuamente nel tentativo di contenerlo, come se il corpo umano fosse soltanto una parola troppo piccola per indicare ciò che avevo davanti.
Il nome arrivò prima del pensiero.
Zeus.
Non lo pronunciai, eppure sentii che sapeva di essere stato riconosciuto. La sensazione che mi attraversò non assomigliava alla paura; era qualcosa di molto più elementare, lo stesso terrore che forse prova un animale quando l’ombra di un predatore gli copre il sole, soltanto che l’ombra davanti a me non apparteneva a un essere vivente nel senso in cui avevo sempre inteso quella parola.
Gli mostrai le fotografie.
Credo che in quel gesto ci fosse ancora l’ultima parte normale di me. Avevo passato trent’anni a fare domande e continuai a farle anche davanti a qualcosa che non avrebbe dovuto esistere. Pronunciai i nomi delle donne e osservai ciò che accadeva sul suo volto, se volto poteva ancora essere chiamato. A Marta reagì appena, a Elisa con una specie di attenzione distante, a Serena con un riconoscimento così netto che provai disgusto prima ancora di comprenderne il significato.
Aveva incontrato quelle donne.
Alcune erano state sedotte, altre ingannate attraverso la forma di qualcuno che conoscevano o desideravano; per altre, e questo lo compresi senza bisogno che me lo dicesse, la distinzione fra desiderio e violenza non aveva avuto alcuna importanza, era una differenza troppo umana perché quella cosa la considerasse davvero.
Gli dissi che le aveva uccise.
Zeus guardò le fotografie e qualcosa nella stanza cambiò. Non era rabbia, né paura, né vergogna, somigliava piuttosto alla perplessità di chi si ritrova davanti alle conseguenze di un gesto che non ricordava di aver compiuto. Sfiorò con un dito l’immagine di Serena e una certezza mi attraversò la testa con tanta violenza che per un istante credetti fosse una mia memoria.
Viva.
Serena era viva quando lui l’aveva lasciata.
Risi, credo. Gli dissi che era una bugia, che avevo visto i corpi, che conoscevo il fulmine, le trasformazioni, l’ozono, le storie, che tutto conduceva a lui e che anche i mostri, alla fine, mentivano come uomini. Dire a un dio che mente conta come bestemmia?
Poi guardai dentro i suoi occhi.
Non so come altro dirlo.
Forse fu lui a lasciarmelo fare.
Il volto umano cedette.
Dietro non c’era un altro volto.
C’era qualcosa che la mia mente cercò disperatamente di tradurre in forme conosciute e per qualche istante credetti di vedere una tempesta, poi un animale immenso, poi un cielo pieno di occhi, ma nessuna di quelle immagini durava abbastanza da diventare vera. La stanza scomparve e mi trovai a guardare una vastità nella quale spazio e tempo sembravano soltanto due abitudini locali, utili a esseri come noi ma prive di significato oltre certi confini.
E vidi i figli.
Non so se fossero visioni, ricordi di Zeus o possibilità ancora esistenti da qualche parte, perché allora compresi che per quella creatura non c’era una differenza netta fra ciò che era accaduto, ciò che poteva accadere e ciò che continuava ad accadere in luoghi che non conoscevano il nostro tempo.
Vidi Eracle.
Non l’eroe delle statue, non l’uomo muscoloso delle storie che avevo letto da bambino, ma qualcosa nato dall’unione impossibile fra una donna e ciò che stavo guardando. Aveva braccia, gambe e un volto soltanto perché il mondo aveva costretto la sua esistenza dentro una forma tollerabile, e dietro quella forma percepivo una forza che piegava le proporzioni delle cose. Lo vidi bambino strangolare serpenti che non erano serpenti, perché avevano troppi segmenti e si estendevano oltre la stanza in cui si trovavano; lo vidi adulto colpire creature che il mito aveva chiamato leone, idra, cinghiale perché nessuna lingua umana avrebbe potuto conservare ciò che erano davvero senza deformarsi insieme al ricordo. Vidi Perseo attraversare un cielo che non apparteneva alla Terra e tenere davanti a sé la testa di qualcosa che gli uomini avevano chiamato Medusa, anche se ciò che pendeva dalla sua mano possedeva più occhi di quanti riuscissi a contare e alcuni guardavano ancora da direzioni che non esistevano. Vidi Minosse, Elena, Sarpedonte, Dioniso, generazioni intere sorte dall’irruzione del divino nel sangue umano, e compresi con una chiarezza che mi fece desiderare di strapparmi gli occhi che i semidei non erano uomini più forti.
Erano errori.
Intersezioni, aberrazioni.
Luoghi viventi nei quali due ordini dell’esistenza incompatibili erano stati costretti a occupare lo stesso spazio.
I miti avevano trasformato tutto questo in avventure, genealogie, imprese, amori. Era il modo in cui l’umanità aveva reso narrabile qualcosa che altrimenti avrebbe distrutto chiunque avesse tentato di ricordarlo.
Forse le storie non avevano esagerato, avevano addolcito.
Fu quella consapevolezza a spezzarmi.
Il dolore cominciò nel petto, ma per qualche secondo non riuscii nemmeno a riconoscerlo come dolore, perché avevo ancora davanti agli occhi immagini di città costruite sotto costellazioni morte, uomini con sangue divino che crescevano fino a occupare intere epoche, bambini concepiti in una notte che nascevano contemporaneamente in secoli differenti. Sentii il cuore perdere un colpo e recuperarne tre insieme, provai ad appoggiarmi all’altare e vidi il sangue del capretto continuare a risalire lungo le scanalature fino a raggiungermi la mano.
Zeus si mosse verso di me.
Io credetti che stesse per uccidermi, poi arrivò la luce.
Bianca, assoluta, abbastanza intensa da cancellare persino ciò che avevo visto.
Ed ecco come sono stato ucciso.
La cosa strana è che non lo compresi immediatamente. Per qualche tempo continuai a pensare come se mi trovassi ancora nel sotterraneo, cercando di ricostruire ciò che era accaduto, convinto che quella fosse la conclusione naturale del caso: avevo trovato Zeus, avevo dimostrato almeno a me stesso che il mostro esisteva e avevo pagato il prezzo per averlo guardato troppo da vicino. Sarebbe stata una buona fine, persino ordinata, e dopo tutto quello che avevo visto avevo ancora abbastanza stupidità umana da desiderare un finale ordinato.
Peccato che fosse quello sbagliato.
Da morto, i ricordi non mi tornarono in fila. Non c’era più un prima e un dopo abbastanza solidi da tenerli separati; le scene cominciarono a sovrapporsi, e dettagli che avevo considerato inutili durante l’indagine riemersero insieme, come se qualcuno avesse rovesciato sul tavolo tutte le fotografie del caso e io potessi finalmente guardarle senza dover scegliere quale veniva prima.
C’era il fattorino che aveva attraversato il corridoio dell’albergo di Elisa venti minuti dopo l’uomo biondo, c’era un infermiere che nessuno ricordava di aver mandato a casa di Marta, fotografato per caso da un vicino mentre usciva dal portone, c’era un giovane con una scatola sotto il braccio davanti alla casa di Serena e un poliziotto comparso in una fotografia del 1964, troppo sfocato per essere identificato ma stranamente simile, nel modo di stare in piedi, a un uomo ritratto accanto a un cadavere nel 1931.
I volti erano diversi, così come l’età, i vestiti e perfino il sesso in un paio di casi, ma adesso avvertivo tra loro una continuità che non aveva nulla a che vedere con il corpo. Era il movimento, il modo in cui entravano e uscivano dalle scene senza appartenere davvero a nessuna delle due condizioni, come se per loro una porta non separasse due luoghi ma fosse il luogo stesso in cui esistere.
Fu allora che lo vidi.
Non saprei dire dove, perché ormai il concetto di luogo aveva cominciato a perdere consistenza. Mi sembrava di essere ancora nel sotterraneo e nello stesso tempo in tutte le camere delle vittime, in un corridoio d’ospedale, nella hall di un albergo e lungo una strada che non avevo mai percorso da vivo.
Lui era lì, e improvvisamente capii che lo era sempre stato.
Sembrava un uomo giovane dalla figura sottile, vestito con qualcosa che cambiava significato a seconda del modo in cui lo guardavo: per un istante una divisa da corriere, poi un abito scuro da sacerdote, poi semplicemente vestiti anonimi. Nella mano teneva un bastone che il mio sguardo non riusciva a fissare, mentre dalla cintura pendeva una sola piuma di pavone.
Fu quella a farmi capire.
Non perché appartenesse a lui, ma proprio perché non gli apparteneva.
La portava come un sacerdote porta il simbolo della divinità che serve.
Hermes.
Il nome arrivò senza che nessuno lo pronunciasse.
Non parlò, e non credo che avrebbe avuto senso farlo. Le parole appartengono agli esseri che hanno bisogno di trasferire un pensiero da una mente all’altra, mentre ciò che lui fece fu semplicemente lasciarmi entrare per un istante dentro il proprio significato.
Mi sfiorò passando e vidi.
Zeus lasciava una stanza, una casa, un letto; talvolta aveva ancora forma umana, altre volte era già diventato qualcosa che il ricordo della donna non sarebbe riuscito a conservare. Lei rimaneva sola, confusa, addormentata, terrorizzata o incapace persino di dare un nome a ciò che le era accaduto.
Poi arrivava Hermes.
Sempre dopo.
Non entrava come un assassino. Non aveva fretta, rabbia o desiderio, e non provava la minima soddisfazione in ciò che faceva. Entrava con la calma liturgica di chi compie un rito antico abbastanza da precedere la distinzione fra delitto e sacrificio, a volte portava una borsa o una scatola per confondersi con il mondo, altre volte non portava nulla; la piuma di pavone, invece, era sempre con lui, ma soltanto ora riuscivo a vederla.
La prendeva fra le dita e l’occhio iridescente sulla sua estremità sembrava aprirsi.
Dentro quell’occhio vidi qualcosa.
All’inizio credetti fosse un volto femminile, gigantesco e distante, poi l’immagine si allargò e capii che stavo interpretando come volto una struttura enormemente più vasta. Per un istante percepii una forma che circondava città, matrimoni, nascite, dinastie, confini, corpi e perfino leggi naturali; non qualcosa che viveva dentro l’universo, ma qualcosa che stabiliva quali parti dell’universo avessero il diritto di continuare a esistere.
Era.
Gli uomini l’avevano chiamata moglie, l'avevano chiamata gelosa.
Avevano raccontato di donne punite perché Zeus le desiderava e, per la prima volta, compresi quanto disperatamente umane fossero quelle spiegazioni. Era non era una moglie tradita che inseguiva le amanti del marito attraverso il mondo, quello era soltanto il racconto sopravvissuto quando la mente degli uomini aveva eliminato tutto ciò che non riusciva a contenere.
Zeus apriva possibilità che non avrebbero dovuto esistere.
Era le richiudeva.
E Hermes era il sacerdote che officiava quella chiusura.
Rividi allora Eracle, ma questa volta da un’altra prospettiva, e compresi che la sua esistenza non era stata soltanto prodigiosa: era stata una ferita nel modo in cui le cose avrebbero dovuto funzionare. Ogni figlio di Zeus rappresentava una possibilità lasciata aperta, un punto attraverso cui qualcosa di estraneo poteva continuare a penetrare nel mondo umano, e forse tutti i mostri, le guerre e le catastrofi raccolte nei miti non erano che conseguenze della stessa contaminazione.
Era non odiava quelle donne, le eliminava come un corpo elimina cellule che hanno cominciato a replicarsi secondo una logica differente.
Hermes sollevava la piuma e chiudeva una porta, oppure tracciava nell’aria un gesto troppo semplice per contenere ciò che produceva; allora la realtà intorno alla vittima sembrava contrarsi per un singolo istante, come pelle avvicinata a una fiamma, e quando tornava alla propria forma il corpo rimaneva nero, bruciato senza essere stato bruciato.
Finalmente capii.
Non avevo mai osservato i resti di un incendio, avevo osservato cicatrici.
Il mondo cauterizzava i punti attraverso cui il divino aveva cominciato a filtrare.
Ed ebbi un ultimo ricordo, il sotterraneo.
Questa volta non ero più dentro il mio corpo. Vedevo me stesso davanti all’altare, il sangue del capretto che risaliva le scanalature e Zeus dall’altra parte della stanza, incapace di mantenere una sola forma.
Dietro di me c’era Hermes.
Era stato lì fin dall’inizio.
Non me ne ero accorto perché apparteneva perfettamente al punto cieco fra una cosa e l’altra: fra il corridoio e la stanza, fra il rituale e l’apparizione, fra la vita e ciò che veniva dopo. Aveva assistito all’evocazione con la piuma di pavone stretta fra due dita, immobile mentre la realtà intorno a Zeus cominciava a cedere.
Quando il mio cuore aveva iniziato a impazzire, Zeus si era mosso verso di me.
Io avevo creduto che volesse finirmi.
Ora vedevo il gesto per ciò che era stato, forse voleva fermarlo, forse perfino una cosa come Zeus poteva comprendere che il mio incontro con lui non avrebbe dovuto terminare così.
Hermes sollevò la piuma.
Dietro l’occhio iridescente sentii aprirsi la presenza di Era, vasta abbastanza da far sembrare Zeus stesso soltanto una tempesta locale all’interno di un ordine infinitamente più grande.
Poi Hermes chiuse la porta.
La luce bianca arrivò nello stesso istante.
Guardai il mio corpo sul pavimento e solo allora riconobbi completamente ciò che ero diventato. La pelle annerita, i vestiti quasi intatti, nessuna fiamma, nessun punto d’innesco. Esattamente come Marta, Elisa, Serena e tutte le altre persone che avevo studiato per mesi senza comprendere che il loro destino era già una descrizione del mio.
Non ero stato ucciso perché avevo scoperto Zeus.
Ero stato ucciso perché Zeus mi aveva guardato.
Durante l’evocazione qualcosa di lui era passato attraverso di me, non materia e nemmeno conoscenza nel modo in cui avrei inteso quelle parole da vivo, ma una possibilità. Avevo visto abbastanza da diventare anch’io un punto attraverso il quale ciò che stava dall’altra parte poteva continuare a esistere nel nostro mondo.
Era non poteva permetterlo.
Hermes aveva soltanto officiato.
Lo osservai allontanarsi lungo quella strada impossibile che ora sembrava attraversare tutte le stanze in cui ero stato, tutte le città che avevo conosciuto e altre che non appartenevano a nessuna Terra. Per un istante vidi figure muoversi molto lontano, enormi e deformi, e riconobbi in alcune di esse le sagome che gli uomini avevano chiamato dèi, titani, eroi e mostri, mentre dietro i loro nomi si aprivano abissi di forme incompatibili con qualunque anatomia e con qualunque geometria.
Pensai allora che forse avevamo sempre saputo.
Avevamo solo imparato a raccontarli diversamente.
Avevamo dato a quelle cose famiglie, amori, gelosie, adulteri, figli, guerre e vendette perché era più facile immaginare Zeus come un uomo che tradiva sua moglie che accettare l’esistenza di qualcosa capace di generare nuove leggi della realtà semplicemente desiderando un essere umano. Avevamo trasformato Eracle in un eroe perché nessuno avrebbe voluto ricordare ciò che era realmente nato quella notte, e avevamo chiamato Era una moglie furiosa perché "la forza cosmica che recide le possibilità incompatibili con l’ordine del mondo" non è il genere di storia che una madre racconta volentieri ai propri figli, e non era neanche comprensibile come pensiero, non lo capisco neanche io.
Hermes continuava a camminare.
La piuma oscillava appena alla sua cintura e, dentro il suo occhio, la presenza di Era continuava a osservare.
Fu allora che compresi anche perché nessuno aveva mai risolto il caso, nonostante durasse da secoli e gli indizi fossero sempre rimasti davanti agli occhi di chi investigava. La verità non veniva nascosta e nessuno si preoccupava di cancellare i fascicoli, corrompere i testimoni o distruggere le prove.
Era molto più semplice.
Ogni volta che qualcuno arrivava abbastanza vicino da capire che cosa stesse realmente accadendo, diventava a sua volta parte di ciò che doveva essere corretto.
Hermes si fermò come se avesse percepito il mio ultimo pensiero, poi voltò il viso verso di me.
Non sorrise.
Non disse nulla.
Sollevò soltanto la piuma.
E finalmente capii che il mio omicidio non era ancora finito.
Cosa viene davvero dalla mitologia greca?
La parte horror del racconto è una reinterpretazione, ma diversi elementi partono direttamente dai miti antichi, come avete già potuto vedere dagli altri racconti.
Le metamorfosi di Zeus sono uno degli aspetti più celebri della sua tradizione mitologica: assume, tra le altre, la forma di un toro con Europa, di un cigno con Leda, di una pioggia d’oro con Danae e l’aspetto di Anfitrione per raggiungere Alcmena. Anche il fulmine e l’aquila sono strettamente associati al dio.
Anche la persecuzione delle donne amate da Zeus e dei figli nati da quelle relazioni appartiene a numerosi miti legati a Era, consorte di Zeus e dea profondamente connessa alla sfera matrimoniale.
La parte su Hermes come esecutore rituale di Era, invece, è una mia invenzione. Nella mitologia Hermes è soprattutto messaggero e araldo di Zeus, oltre ad avere la funzione di psicopompo, cioè guida delle anime dei morti.
Il dettaglio della piuma di pavone nasce però da un collegamento mitologico reale. Nel mito di Io, Hermes uccide Argo per ordine di Zeus; secondo la tradizione, Era trasferisce poi gli occhi di Argo sulla coda del pavone, animale a lei sacro.
Il resto è la domanda da cui nasce il racconto: e se i miti non avessero esagerato la natura degli dèi?
E se, al contrario, l’avessero resa più semplice per permetterci di guardarla?
Zeus si trasformava davvero nei miti greci?
Sì. Nella mitologia Zeus assume numerose forme per avvicinarsi a mortali e divinità: tra gli esempi più famosi ci sono il toro per Europa, il cigno per Leda, la pioggia d’oro per Danae e l’aspetto di Anfitrione nel mito di Alcmena.
Perché Era perseguitava le amanti di Zeus?
Numerosi miti raccontano la gelosia e le vendette di Era nei confronti delle donne amate da Zeus e, in alcuni casi, dei figli nati dalle sue relazioni. È uno dei temi ricorrenti nella rappresentazione mitologica del matrimonio conflittuale tra Zeus ed Era.
Che ruolo aveva Hermes nella mitologia greca?
Hermes era il messaggero degli dèi e l’araldo di Zeus, ma possedeva molte altre funzioni. Era legato ai viaggiatori, ai confini, all’astuzia e aveva anche il ruolo di psicopompo, accompagnando le anime dei morti verso l’Oltretomba.
Hermes lavorava per Era?
Non nel modo raccontato in questa storia. Il ruolo di Hermes come esecutore di Era è una reinterpretazione horror creata per il racconto. Anzi, nel celebre mito di Io, Hermes agisce per ordine di Zeus e uccide Argo, il guardiano posto da Era a sorvegliare la giovane.
Perché il pavone è il simbolo di Era?
Il pavone era considerato un animale sacro a Era. Una tradizione collega le caratteristiche “macchie a occhio” della sua coda ad Argo, il gigantesco guardiano dai molti occhi ucciso da Hermes: Era avrebbe trasferito i suoi occhi sul piumaggio del pavone.
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